giovedì, novembre 15, 2007

Parole in corsa.

Viste lo mie odierne sensazioni di bruttura nei confronti della società, è meglio rifugiarsi su qualcosa di diverso. Allora ho deciso di riportarvi un racconto scritto da Paolo per il concorso "Parole in corsa" organizzato dall'Atac, che ha ricevuto la pubblicazione. Buona Lettura.Fuori Sede

Finisce sempre con uno che se ne va. È per questo che non sorrido. Neppure ora che il mio volto è così vicino a quello di Giusy da poterlo vedere riflesso nei suoi occhi neri neri. Giusy mi dice che è solo una corazza la mia. Poi mi guarda fisso e non aggiunge più niente, ma io lo so cosa pensa. Pensa che non serve ma io non sono d’accordo. Per me serve eccome. Se proprio te ne devi andare, almeno non puoi portarti dietro una foto ricordo. Che te ne fai di una foto senza un sorriso? Giusy mi dice spesso che non è detto che tutto finisca con qualcuno che se ne va. La verità invece è che finisce sempre con uno che se ne va.

Da bambino abitavo nella casa cantoniera poco fuori dal paese. Diciassette più ottocento diceva il cartello bianco appeso sotto al balcone pieno di fiori. Dietro c’erano traversine, binari e silenzio assoluto. I treni passavano a un quarto e a meno un quarto. Il rumore arrivava da lontano e diventava sempre più forte fino quasi ad esplodere. Poi se ne andava. Anche il rumore prima o poi se ne va. Anche il dolore se è per questo.

La prima volta che sono riuscito a mettere il naso oltre il davanzale di pietra dura è stato per vedere passare il treno che portava via papà. Avevo quattro anni. Mamma diceva che non andava via. Diceva che partiva per andare a lavorare e che poi tornava. Allora pensavo che per andare a lavorare bisognasse partire e non capivo perché il papà di Giusy rimanesse a casa con lei.

Mamma mi diceva di non piangere perché Papà portava con se una foto e se piangevo io avrebbe pianto anche la foto. Nell foto avevo due anni, un berretto in testa e due pigne tra le mani. Sorridevo, ma credo sia stata l’ultima volta. Allora non capivo la differenza tra partire e andare via. Allora non capivo neppure la differenza tra lavorare a andare via.

Giusy continua a dirmi che è solo una corazza la mia. Una maledetta corazza che finirà per soffocarmi. Io non rispondo e ora che mi sono alzato dal letto guardo dalla finestra i binari della stazione Tiburtina. Non è una casa cantoniera quella in cui vivo. È un palazzo enorme. L’unico tra la tangenziale e la ferrovia. C’è un tale casino qui che i treni quando passano neppure li sento più.
Papà tornò a casa che io avevo diciotto anni. Ormai l’avevo capito che era un emigrante e che non tutti per lavorare devono andare via. Feci appena in tempo a contare fino a dieci arrivò il giorno dell’esame di maturità. La sera andammo a cena fuori ma poi dopo l’estate fui io a prendere il treno e lui a guardarmi andare via.

Papa era un emigrante. Io no. Io sono solo un fuorisede. Però alla fine il destino è lo stesso. Forse questo è anche peggiore. Non conta quello che vai a fare quando parti. Conta solo che te ne vai. È per questo che non sorrido. Perché non la voglio una foto ricordo di uno che se ne va.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

e secondo te????? finisce sempre con qualcuno che se ne và o no??????

giulia ha detto...

probabilmente non finisce sempre così, almeno dalle mie parti... però sono commossa... è bellissimo

belladinotte ha detto...

Anche mio padre è emigrato ed io sono una fuori sede. Spiegare a chi non ha vissuto queste due cose insieme è molto difficile. Paolo, ma tu sei un fuori sede?

icaro ha detto...

in realtà, capita anche che finisce con qualcuno che torna...

Anonimo ha detto...

che vadano o che tornano..una cosa è sicura...Paolo riesce sempre a colpire al cuore...come farà????

Paolo ha detto...

io non lo so cosa succede fuori dal mondo che i miei occhi riescono a rappresentarmi. di certo quello che succede dentro è che finisce sempre con uno che se ne va...

se non fosse così, se questo stato d'animo non mi appartenesse (senza che però io appartenga a lui) forse non avrei potuto vedere le stesse cose negli occhi di un padre emigrato e in quello di un figlio fuori sede.

il fatto è che non sono solo figli fuori sede o genitori emigranti ad andare via e ognuno ha un buon motivo per non voler sorridere dentro una foto ricordo.

Anonimo ha detto...

intrigante, appassionato e ben scritto, assolutamente nn banale nonostante l'argomento si sarebbe potuto prestare a facili luoghi comuni e smancerie. complimenti!

icaro ha detto...

sul post ho dimenticato di scrivere l'indirizzo del blog di paolo:
http://delazzaro.wordpress.com
troverete il link anche su volaicaro, nella sezione "Amici". Basta cliccare su "Quello che manca"

Anonimo ha detto...

Come si chiama il libro pubblicato dall'Atac?

Anonimo ha detto...

...penso si chiami "Parole in corsa V"

Anonimo ha detto...

grazie anonimo!